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Soddisfazioni e frustrazioni della diversità culturale

Nel 1963 ben 67 imprese tra le più grandi del mondo avevano la loro sede negli Stati Uniti e solo il 5% degli affair americani era in competizione con altre aziende a livello internazionale.

Nel 1996, 33 anni dopo, solo 24 società di spicco a livello mondiale erano situate negli Stati Uniti, mentre 29 si trovavano in Giappone. Il 75% delle industrie americane doveva affrontare la concorrenza internazionale. 

Al giorno d’oggi tutte le più grandi società svolgono parte della loro attività in Paesi esteri. Fusioni e contratti internazionali multimilionari danno alle società un prestigio mai vissuto in passato. Libri attualmente tra i bestseller del New York Times descrivono nuovi eroi, manager del jet set pagati più di un milione di dollari al giorno che ambiscono a concludere affari astronomici.
In questa moltitudine di attività pochi hanno prestato ascolto al commento di Doug Ivestor, ex direttore generale della Coca Cola, secondo cui: "Mentre si abbattono le frontiere economiche, si elevano quelle culturali, creando sfide e opportunità nel mondo degli affari”.
Quando ricerche di mercato mostrarono che il piccolo Stato della Finlandia si popolava dei più grandi bevitori di caffè del mondo (160 litri consumati per persona all’anno), la General Foods coglieva l’occasione e sviluppava un caffè di alta qualità legato ad un messaggio universale e lanciava una brillante campagna pubblicitaria. Il tentativo si rivelò però una clamorosa sconfitta a causa della persistenza di un’antica marca locale finlandese: il caffè Paulig 

La mega-impresa ha dunque sottovalutato i valori, bisogni e aspettative dei Finlandesi a il fatto che il caffè simboleggia il benessere sociale, la compagnia e un piacere del dopolavoro.
Karel Vuursteen, Direttore generale della Heineken, il secondo maggiore produttore di birra al mondo, sostiene che è impossibile standardizzare il marketing: “Non possiamo comunicare a tutte le culture nello stesso modo. Negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale la birra fa parte della vita quotidiana, una bevanda dissetante comune. In Australia e Nuova Zelanda invece è cosa da macho. In molti Paesi del sudest asiatico è piuttosto considerato un prodotto sofisticato, femminile. Ragion per cui noi lasciamo ai nostri rappresentanti un ampio margine di libertà per le vendite e la pubblicità” 

Un prodotto quale il caffé o la birra potrebbe essere quasi universale, mentre le realtà dei popoli sono soggettive e variano notevolmente di Paese in Paese.
La globalizzazione, unitamente ai cambiamenti nei modelli migratori, hanno messo in contatto quotidiano culture prima lontane, consentendoci di partecipare liberamente e di contribuire agli effetti collaterali della globalizzazione tra cui, ad esempio, l’incomprensione culturale 

La diversità ha completamente sorpassato la trasmissione di competenze volte a reagire alle sfide create dal contatto interculturale.
* Gli educatori affrontano classi multiculturali in cui modelli di apprendimento culturali diversi ostano alla capacità di memorizzazione e acquisizione degli studenti.
* Laureati altamente qualificati falliscono nella ricerca di un lavoro promettente a causa della mancanza delle capacità necessarie a superare il colloquio di assunzione.
* Le aspettative culturali generano tensioni che sfociano spesso in conflitti e nell’incapacità ad agire efficacemente e in modo omogeneo in gruppo.
* L’incapacità di comprendere l’ambiguità culturale mette spesso a rischio operazioni e contratti multimilionari 

Molti di noi gradiscono lavorare e vivere in stretto contatto con persone di altre culture e presuppongono che, grazie alla crescente comunicazione tra di esse, le differenze, gli stereotipi e i malintesi scompaiano o almeno si riducano. Le società, parimenti, organizzano festival internazionali per il proprio personale multiculturale e si aspettano che ciascuno si impegni a superare le divergenze 

Di conseguenza, esse ignorano il fatto che parlare inglese non sempre significa pensare come un Inglese. Indossare un abito in tre pezzi piuttosto che un jalabayya non corrisponde ad abbandonare gli amati valori culturali, conoscere i modi occidentali non significa volerli emulare.
Tale approccio è confermato da un rapporto del Ministero statunitense del commercio (2002) secondo cui i due terzi dei negoziati tra Americani e Giapponesi fallisce. La ragione di ciò è stata identificata nell’incomprensione culturale e non in questioni giuridiche, economiche, linguistiche o politiche.

E’ possibile sviluppare una cultura globale unicamente se la consapevolezza intraculturale ne diviene l’espressione. Tale capacità di stabilire rapporti e avere fiducia nel prossimo in ambito intraculturale costituisce l’elemento di realizzazione o di fallimento di un affare, di una relazione o del proprio successo. Il prodotto accessorio più prezioso della formazione in consapevolezza intraculturale è la comprensione dell’identità culturale di un individuo che a sua volta ci consente di cogliere la percezione della realtà di chi ci circonda 

Perché riusciamo a sviluppare il gusto per il sushi ma non siamo capaci di conoscere ed assimilare la consapevolezza culturale per osmosi?

La ragione si trova nel fatto che la nostra identità culturale è prevalentemente un fenomeno non cosciente ed è il più assiduo, potente e invisibile artefice del nostro essere.
Quando la delegazione francese si avvicina al tavolo dei negoziati, il passato storico del suo Paese, fatto di invasioni e calamità, la rende diffidente e cauta. Gli Americani “fremono per agire” e sono cronicamente irritati dal bisogno dei Francesi di analizzare tutto rigorosamente. Durante un summit politico nel 2001, la delegazione americana che perseguiva la conclusione rapida si guadagnò una scrollata di spalle gallica da parte di Hubert Vedrine, ministro degli esteri francese, con il commento che le loro osservazioni erano “semplicistiche”. Ciò ispirò Colin Powell a ribattere che Vedrine aveva “i calori”.

Chi condivide la stessa cultura è letteralmente programmato a giocare alla vita in società applicando le stesse regole.
Secondo tali regole, dirigenti giapponesi annuiranno, sorrideranno e diranno di sì durante la presentazione realizzata da un dirigente americano, conducendo quest’ultimo a ritenere di aver informato, aiutato e soddisfatto il suo interlocutore giapponese e che le negoziazioni procedono al meglio. E’ invece possibile che il Giapponese non abbia compreso alcuni contenuti verbali e la maggior parte di quelli non verbali della presentazione. Spesso i Giapponesi sono educati e fingono di aver capito per evitare l’imbarazzo di porre domande. L’incontro può dunque confermare lo stereotipo giapponese che gli Americani sono insensibili, superficiali ed etnocentrici. 

Per quanto riguarda gli Americani, il sorriso perenne dei Giapponesi li conduce a definirli “imperscrutabili” o a presumere che stiano nascondendo la verità.
Quando agiamo all’interno della nostra cultura d’origine abbiamo un sentimento di ciò che sta accadendo. Interiormente, presupponiamo che in circostanze normali tutti pensiamo e percepiamo il mondo fondamentalmente nello stesso modo e, pertanto, che qualunque cosa io dica o faccia avrà per l’altro lo stesso significato che ha per me.
Presupposizione imparziale? Naturalmente, no.

Spesso erriamo nella percezione, nell’interpretazione e nella comprensione reciproca anche se condividiamo gli stessi valori e credenze. In ambito intraculturale tali errori si ingigantiscono e sono accompagnati da un sentimento di rifiuto e abbandono dovuto al’incomprensione.
Durante un workshop in comunicazione culturale presso un college di New York una giovane americana chiese ad uno studente arabo come lui le avrebbe fatto intendere non verbalmente che lei le piaceva. Lui rispose sfiorandosi i capelli, cosa che, per lei, era un gesto comune senza significato. Lei ripeté la domanda tre volte e lui si sfiorò i capelli per due volte; la terza volta, capendo che lei non aveva colto il significato del suo gesto, abbassò la testa e si leccò le labbra imbarazzato. Quest’ultimo comportamento fu colto dalla ragazza e interpretato come la risposta alla sua domanda iniziale. 

Per dare un senso a questa giostra culturale, Edward Hall, un antropologo sociale americano, organizzò le culture in due gruppi: quelle di “alto” e quelle di “basso” contesto. Su tale premessa analizzeremo il concetto di tempo che, secondo i volontari di associazioni umanitarie, costituisce la sfida maggiore nell’interagire con culture differenti.
Le culture di basso contesto, molte di lingua tedesca o inglese, di origine prevalentemente nordica e protestante, sono esplicite, dirette, lineari e verbali. I canali di comunicazione sono chiari. L’importante è fare il proprio lavoro, andare avanti e far soldi. Di conseguenza, il tempo diventa un bene prezioso che deve essere investito, valorizzato, risparmiato e seguito e non perso o sprecato. Svizzeri e Tedeschi sono famosi per la loro abilità a far “arrivare i treni in orario” 

Le culture di alto contesto valorizzano invece le relazioni e le interazioni personali sono indirette, codificate. Il messaggio si trasmette con sottili movimenti del corpo e intonazioni della voce. In Portoghese i verbi “aspettare”, “sperare” e “aspettarsi” sono tutti tradotti con “esperar”. La vita dev’essere ovviamente presa per come viene e vissuta gradevolmente. Gli Italiani spiegano il concetto con un aneddoto: un pescatore italiano è steso sulla spiaggia con sua moglie e qualche amico all’ombra della sua barca rovesciata. Un passante inglese gli dice :”Invece di star steso all’ombra dovresti andare a pesca”. “E perché?” chiede l’Italiano. “Se lavori duro e prendi tanti pesci potresti avere una serie di barche, far lavorare altri pescatori al posto tuo e diventare molto ricco”. “Ok, e cosa farei poi?” “Poi potresti stare con le mani in mano e rilassarti”. “Caro amico mio, ma è proprio quello che sto facendo adesso, senza tutte quelle storie”. 

Per gli Americani il tempo è denaro, speranza e fiducia. In Francia il tempo scorre o corre via, a seconda di ciò che accade. La bellezza, lo charme e l’amoreggiamento necessitano di propri tempi.
Mentre le culture di alto contesto apprezzano ancora il galateo sociale e il tempo libero, la velocità di un mondo computerizzato ha notevolmente accelerato il passo dell’interazione in ambito professionale. Secondo uno studio pubblicato nel 2000 dalla Accenture (prima Andersen Consulting), la Finlandia possiede circa 90 siti web per 1000 abitanti, paragonati ai 60 per 1000 abitanti negli Stati Uniti, la Francia ne ha 8, la Spagna e l’Italia ne hanno 5. Da ciò si evince che le diverse culture si collegano al mondo cablato a velocità diverse. 

Non sorprende constatare che culture di basso contesto, e gli Stati Uniti celebre tra esse, accolgono favorevolmente il mondo cablato con la sua anonimità e velocità di comunicazione.
Gli aficionados del computer sperano che il mondo diventi un vasto spazio collegato digitalmente. E che il World Wide Web consoliderà infine una cultura globale che sostituirà 2000 anni di idiosincrasie culturali. Basti citare Lernier: “Quando un uomo si crede furbo non è che una tentazione per il senso dell’umorismo di Dio”. 

In conclusione, ho il piacere di rilevare che le più grandi università di New York intendono aprire facoltà di comunicazione intraculturale al fine di trasmettere una panoplia di capacità comunicative culturali.
Dal canto loro, le imprese elencate nella lista “Fortune 500” stanno creando delle divisioni intere di intraculturalismo, incaricate di formare i propri collaboratori nei settori della negoziazione efficiente e della risoluzione dei conflitti.

Scritto da: Angela Cassel



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Photos by: Nan Melville